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Il negoziato sui fondi europei per la coesione post 2020. L’Italia ha ancora bisogno di questi fondi?

Il negoziato sui fondi per la politica di coesione post 2020, de facto, è stato aperto dalla Commissione il 10 gennaio scorso con il lancio di una consultazione pubblica che è stata chiusa il successivo 8 marzo.
La domanda riportata nel titolo è volutamente un po’ ambigua e si potrebbe leggere da varie angolature diverse.
Qui si tratterà brevemente quella più pleonastica. In Italia, quali che possano essere le letture politiche (alcune condivisibili, altre assolutamente capziose e opportunistiche), ancora oggi uno dei temi prioritari dell’agenda politica è (o dovrebbe essere) la annosa “questione meridionale”. Le otto regioni del Mezzogiorno storico (incluse quelle che i regolamenti sulla politica di coesione indicano come regioni “in transizione”, ossia Abruzzo, Molise e Sardegna) continuano a registrare ritardi di sviluppo significativi rispetto alla media nazionale e a quella europea.
In questa luce, è molto indicativo che, in un recente contributo di ricerca, anche la Banca Mondiale abbia individuato nelle 8 regioni del Mezzogiorno storico un rilevante blocco di “lagging regions” del continente europeo (si veda la figura 1.9 a p. 49 del report “Growing United. Upgrading Europe’s Convergence Machine” datato 1° Marzo 2018). [1]

Immagine ex Pixabay

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Come evidenziato dal report della Banca Mondiale, certamente anche per effetto della “grande crisi” del nuovo secolo le dinamiche di convergenza regionale all’interno dell’UE si sono attenuate o annullate completamente nell’ultimo decennio. [2]
La Banca di Italia, nella più recente release del rapporto periodico “Economie regionali” (datata luglio 2017), stima che fra il 2007 e il 2015 le regioni del Mezzogiorno storico hanno registrato una flessione cumulata del PIL dell’11,9%, a fronte della flessione del 7,9% registrata su scala nazionale.
Tale flessione è stata del 20,9% per la regione “in transizione” Molise, per la quale, anche sulla base dei dati più recenti dell’EUROSTAT, si prospetta il rischio di una retrocessione, nel periodo di programmazione post 2020, fra le regioni “meno sviluppate”. In vero, attualmente il livello del PIL pro-capite regionale si attesta al di sotto della soglia del 75% del PIL medio pro-capite della UE, che segna il discrimine fra la categoria delle regioni “meno sviluppate” della politica di coesione e quelle delle altre regioni (si veda la tabella 1). [3]

L’EUROSTAT, a modo suo, ha partecipato alla consultazione pubblica sulla politica di coesione post 2020 pubblicando, a fine Febbraio, i dati aggiornati sul PIL pro-capite di tutte le regioni NUTS II dell’UE (nella classificazione NUTS II valida dal 2013), rilevato per il 2016 (v. Release EUROSTAT n. 33/2018 del 28.02.2018). [4]
Fatto 100 il PIL pro-capite medio dell’UE a 28 (espresso in Parità di Potere di Acquisto), la regione più povera (localizzata in Bulgaria) fa segnare un Indice del PIL pro-capite pari a 29 e si registra una forte variabilità dell’Indice sia a livello di intera UE, sia all’interno degli Stati Membri. Forse, quindi, recuperare lo spirito originario della politica di coesione, come delineato da Jacques Delors con la riforma del 1988, sarebbe opportuno.
Le regioni italiane “meno sviluppate” sfortunatamente continuano a registrare ritardi di sviluppo rilevanti (vedi tabella 1). Desta una certa preoccupazione, come già accennato, il dato della regione “in transizione” Molise, con un Indice rilevato per il 2016 pari a 70 (vs il famoso “livello 75” sotto al quale le regioni vengono inserite nel gruppo “meno sviluppate” e vs il valore medio di 97 registrato per l’Italia). Per questo c’è davvero il rischio di un negativo “ritorno” del Molise nella categoria delle regioni “meno sviluppate” (anche se va ricordato che questa “retrocessione” implicherebbe parimenti una maggiorazione delle risorse che potrebbero essere allocate per il Molise a titolo della politica di coesione post 2020).

Tale valore del Molise è inferiore a quello di 72 registrato per la Basilicata (collocata nel cluster delle regioni “meno sviluppate”). Sono un tifoso del piccolo Molise (territorio ricco di verde e bellezze naturali, persone positive e cucina locale squisita) e, quindi, spero riesca “a salvarsi dalla retrocessione”! Preoccupante anche il dato dell’altra “regione in transizione” Sardegna (pari al valore 71 – valore al disotto della quota salvezza fissata a 75 – ma almeno in crescita rispetto al valore 70 registrato nel 2015).
Anche qui, vale il “tifiamo per la Sardegna”, ma nel corso del negoziato chiediamoci anche perché in questo Paese l’ingente montante di Fondi Strutturali continui ad essere speso male e non produca effetti sul “catching up” delle regioni del Mezzogiorno storico. La domanda riportata nel titolo è volutamente anche provocatoria. Se l’Italia, come è incontrovertibile, ha ancora bisogno dei fondi UE per la politica di coesione, allora è assolutamente tempo che, in vista dell’avvio del nuovo ciclo di programmazione, operi un deciso turn around (vero e non di facciata) del sistema di gestione e di monitoraggio, controllo e valutazione delle spese cofinanziate dai fondi UE. [5]

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[1] La Banca Mondiale nel rapporto “Growing United” individua due gruppi di lagging regions:
• le regioni a basso reddito (“low-income regions”), caratterizzate da un livello del PIL medio pro-capite inferiore del 50% a quello medio della UE (e concentrate in paesi di più recente adesione, ossia Bulgaria, Polonia, Romania e Ungheria);
• le regioni a bassa crescita (“low-growth regions”), ossia quelle regioni che, nell’ultimo decennio, non hanno registrato una convergenza di rilievo verso i livelli medi di ricchezza dell’UE (che, fra i Paesi di più remota adesione sono concentrate in Italia, Spagna, Portogallo e Grecia).
[2] La necessità di rilanciare la politica di coesione anche a causa del consolidamento di una tendenza negativa all’aumento dei divari di sviluppo interregionali nell’UE è stata evidenziata, autorevolmente, da Fabrizio Barca nel recente contributo “Politica di coesione: tre mosse” disponibile sul portale dell’Istituto Affari Internazionali ed elaborato nell’ambito del progetto di ricerca “Quadro Finanziario Pluriennale dell’UE 2021-2027. Risorse, strumenti e possibili sviluppi” condotto dall’Istituto Affari Internazionali e dal Centro Studi sul Federalismo.
Barca giustamente rimarca che le crescenti disuguaglianze si manifestano sempre più nitidamente sia a livello interregionale, sia a livello infra-regionale e “riguardano, oltre al profilo economico, il profilo sociale, con un peggioramento progressivo (relativo e spesso assoluto) nell’accesso e nella qualità dei servizi fondamentali (istruzione, salute, mobilità) dei cittadini delle aree rurali”.
L’intero negoziato sul Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) post 2020, in questa fase, è ampiamente concentrato su questioni di elevato profilo, quali la dimensione del budget complessivo, l’allocazione di risorse destinate ai “beni pubblici europei” e il rischio di un taglio dei fondi per la coesione e di quelli della PAC.
Molti osservatori sono concentrati, per vari motivi, sull’ammontare dei fondi per la coesione, ma ci sono altri aspetti tecnici non meno rilevanti a cui riservare la debita attenzione:
– per il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (FEIS), strumento cardine del “piano Juncker”, ci sarà vita dopo il 2020? E verrà inserito o meno all’interno del QFP 2021-2027?
– Verranno introdotti dei meccanismi o strumenti ad hoc per rafforzare i potenziali effetti sinergici di spinta degli investimenti produttivi del FEIS e dei fondi per la coesione?
– Quale spazio avranno, nell’ambito dei fondi per la coesione, gli strumenti di ingegneria finanziaria?

[3] Nel periodo 2007-2015 hanno registrato una flessione del PIL regionale superiore al 10% anche la Campania, la Calabria e le due Isole. Cfr. Banca di Italia, Economie regionali. L’economia delle regioni italiane nel 2016, Roma, Luglio 2017, p. 12.
[4] A titolo di completezza si ricorda che dal 1° Gennaio 2018 è in vigore una nuova classificazione statistica delle regioni del territorio europeo – su tre livelli NUTS I, NUTS II e NUTS III – che individua 104 regioni NUTS I, 281 regioni NUTS II e 1.348 regioni NUTS III.
[5] Per una dettagliata ricostruzione dell’ingente montante di risorse pubbliche europee e nazionali destinate alla convergenza delle “lagging regions” italiane nel periodo 2014-2020 si rinvia al portale Open Coesione.
I dati riportati sul portale Open Coesione (aggiornati al 31 gennaio 2018) evidenziano che, anche non considerando i Programmi della Cooperazione Territoriale Europea, al Mezzogiorno storico sono stati destinati oltre 30,7 Miliardi di Euro del bilancio comunitario. Se a queste risorse aggiungiamo quelle del cofinanziamento nazionale, il contributo del Fondo di Rotazione ai Programmi “complementari” e gli stanziamenti del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, le “lagging regions” italiane possono contare nella programmazione in corso su una dotazione di finanza pubblica di quasi 100 Miliardi di Euro.

 

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